A cura di Luca Conti

La Tipografia, tra arte e modernità

Succede che ti venga voglia di pubblicare una raccolta di poesie accumulate in breve tempo nel cassetto. Il sogno di alcuni è di stamparle a caratteri mobili, come si faceva una volta con lentezza e fatica, componendo le pagine una a una, studiando il tipo e il formato dei caratteri.

Al giorno d’oggi però è una cosa decisamente “di nicchia”. Ci sono pochi stampatori, a cominciare dal mitico Tallone, che si dedicano a questo tipo di stampa, recuperando e mantenendo in vita i vecchi caratteri di piombo.

Quelle parole impresse, che sprofondano un poco nella carta, l’odore dell’inchiostro, la geometria delle righe e degli spazi, le pagine intonse sono una forma di estasi erotica, ma al tempo stesso ascetica. Come può essere? Non lo so. Forse, in poche parole, è amore.

Stampatori, tipografi ed editori (i confini oscillano parecchio in questo settore) fanno libri in tiratura limitata, spesso con poche pagine che costano molto, a volte moltissimo. Giustamente, dato che il lavoro fatto bene costa.

Magari un giorno farò un libro così. Nel frattempo, per la mia raccolta di poesie che dorme nel cassetto e vuole uscire all’aperto ed essere letta da altri devo trovare una valida alternativa, che sia ben concepita e fatta con le mani. Digitale, mi dice Eddy il tipografo, è l’unica soluzione.

Che cosa? Vorresti dire che le mie poesie scritte a mano, corrette, cancellate, poi trascritte, infine battute al computer e ancora corrette, dovrebbero essere prodotte digitalmente al pari di un video di youtube, un mp3, un selfie al cellulare o il volantino della pizzeria? Ma scherziamo? Questa è po-e-si-a, non so se con la P maiuscola. Il terrore di produrre un libretto con carta patinata, impaginazioni sommarie e una copertina orrenda con colori orrendi mi attanaglia. Anche se Eddy è un ottimo artigiano, di libri digitali da far accapponare la pelle ne ho visti troppi. Sono pieno di pregiudizi.

Poi comincio a fare pace con questa idea. Anche perché, piuttosto rapidamente, scopro che i libri digitali non escono fuori automaticamente, ma si fanno a mano, con vari passaggi in cui bisogna pensare parecchio. Si devono prendere molte decisioni che ci offrono moltissime possibilità.

Innanzitutto la scelta della carta, per le pagine e per la copertina. Ne scelgo due tipi straordinari che avrei utilizzato anche nel vagheggiato libro stampato a caratteri mobili di piombo come-si-faceva-una-volta. Roba da stimolare le papille gustative. Una carta fatta a mano in un mulino in Olanda per la copertina e una vergata italiana molto bella. Poi c’è da lavorare sul tipo di carattere, sull’impaginazione.

C’è anche da correggere gli errori, e questo non si può fare che a mano. Tante bozze da far impazzire il tipografo che nel giro di cinque-sei mesi (qualcuno resterà sorpreso, ma non faccio il poeta full-time…) mi porge in totale una decina di bozze.

I file del libro si chiamano: “poesie quasi”, “poesie quasi quasi”, “poesie definitivo forse”, “poesie finale”, “poesie ultimissimo”, e via dicendo. Non solo problemi di impaginazione: alcune poesie vengono scartate, altre corrette. Insomma, è soprattutto colpa mia. Ovviamente, prendo qualche idea dai mitici libri-fatti-bene-come-una-volta. Già penso al prossimo opuscolo di poesie: mi sa che anche il prossimo sarà digitale, ma fatto a mano.

Semmai il successivo…

-Luca Conti